La correzione delle bozze

La precisione è ossessione.

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Sé stesso #1: la parola a Aldo Gabrielli

Una delle regolette fasulle più dure a morire, e che le grammatiche continuano monotonamente a tramandarsi l’un l’altra, e molti scrittori, anche grandi scrittori, continuano scrupolosamente ad applicare, è questa che dice: il pronome sé si accenta sempre quando è isolato: “se lo porta con sé”, per distinguerlo dal primo se che è congiunzione; invece non si accenta davanti a stesso e stessa, medesimo e medesima perché questa distinzione non è più necessaria; però un momento: bisogna ugualmente accentarlo al plurale, e scrivere sé stessi e sé stesse per non scambiarli con le forme verbali di stare; invece se medesimi e se medesime vanno sempre senza accento perché la confusione, di nuovo, non è possibile… Se la nostra grammatica non fosse infarcita di queste sottigliezze confusionarie, non sarebbe forse quella reietta che è. Vorrei ripetere a tutti quelli che mi leggono, e in particolare ai numerosi insegnanti ancora impastoiati in queste cianciafruscole, che una volta stabilito che il sé pronome si deve scrivere accentato per distinguerlo, come è giusto, dal se congiunzione (e l’esempio sopra citato ne dimostra la necessità), non si capisce poi perché uno stesso e un medesimo che seguono debbano modificare questa regola. Si fanno forse eccezioni tra il sí affermazione e avverbio e il si particella pronominale? Sempre accentato il primo, mai accentato il secondo. Seguiamo dunque una norma comune, e la regoletta fasulla andrà finalmente a farsi benedire. 

Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice,  Mondadori, 1990

(Fonte: oblique.it)

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La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.
Tullio De Mauro intervistato da Matteo Nucci, Il Messaggero, 31 marzo 2012

(Fonte: oblique.it)

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Ci sono ben due imprecisioni. L’apostrofo al contrario e la n maiuscola. 
“la Repubblica” del 15 marzo 2012

Ci sono ben due imprecisioni. L’apostrofo al contrario e la n maiuscola.
“la Repubblica” del 15 marzo 2012

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La sofferenza del correttore di bozze

Ci sono letture che ti fanno sobbalzare sulla sedia, qualunque sia la tua disposizione d’animo del giorno. Oggi pomeriggio, aprendo a caso La montagna incantata di Thomas Mann, mi sono imbattuto per l’ennesima volta in una pagina che non riesco a togliermi dalla testa da anni: quella in cui Hans Castorp, in sogno, assiste allo smembramento rituale di un bambino, nella parte più oscura e inaccessibile di un tempio greco:

«Due femmine grigie, mezze nude,dai capelli arrufffati, coi seni pendenti da streghe e i capezzoli lunghi un dito, erano intente , fra recipienti di fiamma, ad una crudele bisogna. Esse straziavano sopra una bacinelle il corpo di un bambino, lo squrciavano con le mani, in un silenzo selvaggio (Hans Castorp vide tenui fili biondi miesti a sangue) e ne inghiotttivano pezzi,così che le ossa scricchiolavano nella loro bocca dalle cui labbra orrende goccolava il sangue. Un gelido orrore teneva legato Hans Castop. Egli avrebbe voluto fuggire, ma gli sembrava di essere inchiodeato al suolo”.

Terribile, senza dubbio. Ma il punto è: che cosa, qui, è così terribile? L’immagine del neonato sbranato in un arcaico rito cannibalico? La descrizione delle due repellenti megere? Se hai dato una di queste due risposte, tutto bene, sei una persona normale e puoi anche smettere di leggere questo post. Se invece a provocarti un “gelido orrore” è stata la mole spaventosa di refusi (una dozzina) che ho disseminato nel testo, devi preoccuparti: sei un correttore di bozze, e lo sei nell’anima, qualunque sia il lavoro con cui ti guadagni da vivere.

Il vero correttore di bozze è quello che soffre fisicamente per i refusi: la sua è una malattia psicosomatica. Può leggere centinaia di pagine su genocidi, stupri etnici, catastrofi naturali, assassini seriali, streghe che divorano neonati, il tutto senza batter ciglio. Ma se vede un doppio spazio, un apice nel verso sbagliato, un errore di ortografia, una virgola troppo staccata dalla parola che la precede – ecco che lo percorre quel brivido profondo di disagio, quel prurito, quella smania di far giustizia, di drizzare i torti, di ristabilire l’ordine messo a soqquadro. Quando si tratta di refusi, il più mite correttore di bozze, con tanto di bandierina della pace esposta sul davanzale, si trasforma in un interventista umanitario, perfino in un guerrafondaio: guai a lasciare degli errori di battitura a piede libero in un libro sul Rwanda.

Qualcuno potrebbe vedere in questa sua curiosa forma mentis il segno di una schizofrenia morale, tratto che peraltro non manca mai nell’identikit psicologico di ogni buon genocida. Ma sarebbe, come vedremo, un’accusa ingenerosa.

Il vero correttore di bozze – qualunque sia il suo orario di lavoro – è sempre in servizio, come un poliziotto in villeggiatura che, dismessa l’uniforme, senta nondimeno l’impulso irrefrenabile di acciuffare il borseggiatore. Non arretra davanti a nulla, il correttore: se sta leggendo un libro già bell’e stampato, non accetta che i refusi l’abbiano fatta franca, perlomeno non nella copia in suo possesso: e così, diligentemente, li corregge a margine con la sua matitina, affinché, nell’impossibilità di far giustizia (ma c’è sempre la seconda edizione, che è come il processo d’appello), sia almeno ristabilita la verità.

E non crediate che il suo zelo sia confinato al mondo del libro. Ovunque ci siano lettere e parole in fila, lì si annida potenzialmente il male da emendare. Già che appartengo in tutto e per tutto a questa triste famiglia umana, vi dirò che nulla mi offende più di un’insegna al neon in cui è immortalato, per l’eternità, un refuso. E non parlo dei refusi involontari che nascono da una lampadina fulminata, per i quali si può incolpare l’incuria, o l’usura del tempo. Parlo dei refusi veri e propri, deliberati, commissionati a un fabbricante di insegne luminose che a sua volta non si è accorto dell’errore: né lui né tutte le persone che, in un modo o nell’altro, sono passate per la sua bottega. Ricordo ancora – e son passati vent’anni – quel locale che ostentava fieramente, vorrei dire crassamente, l’insegna lampeggiante Snak Bar (che sarebbe un refuso pure per un rettilario). Ebbi allora, lo confesso, l’impulso a passare alla clandestinità e fondare delle Brigate Ortografiche che spegnessero, armate di fionde e sassi, quella ed altre efferatezze. Un po’ come il Marcovaldo di Italo Calvino, che prende a sassate l’insegna del Cognac (anzi, solo lo GNAC) che gli impedisce di vedere il firmamento.

Un vero correttore di bozze non dismette l’uniforme interiore nemmeno quando ha a che fare con il menu di un ristorante: può non aver mangiato per giorni, ma non c’è appetito che possa annebbiargli la vista al punto da non vedere che quei tortelllini hanno una l di troppo, non c’è piatto così divino che non possa disgustarlo se gli è servito con un errore di battitura. “Cameriere! C’è un refuso nel mio piatto!”, ho sentito gridare qualcuno dei nostri. E dunque, con sua gran pena, il correttore è costretto a non prendere mai un dessert. La Crème Caramel perde il suo gusto se diventa Cream o perfino Crem. E può mettere una croce sui Profiteroles, che se va bene diventano Profitterol o Proffiterols. Una pizzeria vicino casa mia, pur di non sbagliare, riporta sul menu un interlocutorioProfiter: e ciascuno, poi, scelga à la carte il suo suffisso di guarnizione.

Un discorso a parte meriterebbero i menu bilingui, che sono il peggiore spot (o il migliore, dipende da quanto si è dadaisti) diGoogle Translate. Vette sublimi si raggiungono nei menu dei ristoranti cinesi, che sembrano trascrizioni fonetiche di lingue ignote o estinte. Ma nulla potrà mai eguagliare la trattoria dove, a beneficio dei turisti anglofoni, la spigola alla piastra diventava non già, com’era da attendersi,griddled sea bass bensì il grandioso It forms ears to the slab, cioè “forma orecchie al lastrone”; da cui si può dedurre (almeno secondo questo dizionario) che spigola era da intendersi non come pesce ma come terza persona del verbo spigolare. Purtroppo il ristorante in questione non aveva le orecchiette: avrei potuto fare un controllo incrociato.

Ma il correttore di bozze, sia detto a difesa della categoria, non è un cinico che vive in un castello di carte mentre fuori il mondo va in fiamme. Al contrario, è il principe degli utopisti. George Steiner ne fece l’eroe di un romanzo breve sulla fine del comunismo, che s’intitola appunto Il correttore. Il Gufo, o il Professore – così è soprannominato il protagonista del libro – non è un ombroso sacerdote del testo o un archivista accigliato e funereo; è anzi un ex partigiano espulso dal Pci con l’accusa di trotzkismo, e questa purezza ideologica fa tutt’uno con la sua quotidiana fatica:

Notte dopo notte dopo notte, Carlo, lavoro finché mi duole il cervello. Per arrivare all’esattezza perfetta. Per correggere il più infimo refuso in un testo che forse nessuno leggerà mai o che verrà mandato al macero il giorno dopo. L’esattezza. La santità dell’esattezza. Il rispetto di se stesso. Gran Dio, Carlo, devi capire quello che cerco di dire. L’Utopia significa semplicemente l’esattezza! Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. Dall’uomo. Correggere bozze.

Inutile dire che, più che refusi, il comunismo ha tolto dalla storia un bel po’ di malcapitati, e lo storico Robert Conquest inaugurò una sua opera sul terrore staliniano invitando il lettore a calcolare che “nel corso delle azioni qui raccontate persero la vita circa venti persone per, non ogni parola, ma ogni lettera di questo libro”. Il libro è di 411 pagine, ed è quasi senza refusi. Questo aiuta a spiegare perché, disgustato dalla storia, il buon Gufo di Steiner riversasse la sua passione utopistica nelle pagine stampate, dove nulla o quasi si frappone alla creazione di un mondo perfetto.

Ma il discorso sta prendendo una piega troppo seria, o troppo cupa, ed è quasi ora di cena. Vi saluto e vado a prepararmi il solito forma orecchie al lastrone – stavolta lo faccio alla livornese. Non ho voglia di andare al ristorante: non sia mai dovessi trovare un refuso nel piatto…

Guido Vitiello, Internazionale, 29 novembre 2010

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